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martedì 20 settembre 2011

Assunzioni al MIBAC. Se non ora, quando? Muoviamoci!!!


Giovedì 22 settembre 2011 
Presidio 
del Comitato vincitori e idonei concorso MIBAC 500 posti

ore 10 
Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Roma, Via del Collegio Romano 27

Assunzioni al MIBAC. Se non ora, quando?





Che fine hanno fatto 
le 180 assunzioni urgenti nel MIBAC?

Dov’è finita l’indignazione pubblica innescata dai crolli che hanno colpito l’area archeologica di Pompei lo scorso inverno? Dove è finita l’indignazione politica verso il malgoverno dei beni culturali che ha caratterizzato l’infelice stagione dell’ex ministro Sandro Bondi, che è culminata con le sue dimissioni e che sembrava ormai superata con l’insediamento del nuovo ministro Giancarlo Galan ?
Una reazione del governo a quel grave stato di cose si è prodotta infatti con l’emanazione del Decreto legge 24 marzo 2011, n. 34, recante innanzitutto “Disposizioni urgenti in favore della cultura”
Fra queste, il segno più netto di un’inversione di rotta - non risolutiva, ma certo di ottimo auspicio - era la deroga al vigente blocco del turn-over nella Pubblica Amministrazione, e la conseguente facoltà per il MiBAC di assumere nuovo personale di tutela attingendo alle graduatorie in corso di validità.
Inizialmente, si è quantificato tale nuovo personale in circa 169 idonei, da scegliere tra i profili di Terza Area (Archeologo, Architetto, Storico dell’arte, Archivista di Stato, Bibliotecario, Funzionario amministrativo), e quelli di Seconda Area (Assistente alla vigilanza, sicurezza, accoglienza, comunicazione e servizi al pubblico). 
Una boccata di ossigeno provvidenziale, per un ministero che da troppi anni vede incrementare solo la quota dei dirigenti, e progressivamente svuotarsi i fondamentali ruoli tecnico-scientifici e di custodia, ruoli ricoperti da personale la cui età media si avvicina ormai a quella della pensione.
Finalmente, con una circolare del 4 agosto 2011, il MiBAC informava di aver inviato ai competenti Uffici del Ministero dell’economia e delle finanze e del Dipartimento della funzione pubblica la relazione illustrativa del piano delle assunzioni, specificate in 180 nuovi dipendenti divisi in 18 dirigenti, 69 funzionari, 68 assistenti alla fruizione, accoglienza, vigilanza e 25 ulteriori funzionari da destinarsi alla Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Napoli e di Pompei.
Ma da allora tutto è fermo. Quel clamore mediatico e quella “necessità” e “urgenza” che avevano motivato il decreto legge, ormai sei mesi fa, sembrano potersi oggi declassare a sterili e superflui allarmismi. 
E tutto questo nonostante il ministro Galan non perda occasione di ribadire i condivisibili principi ispiratori del suo mandato (niente tagli alla cultura, investimento nella tutela e nel permanente più che nell’effimero, etc.).
A fronte dell’emorragia di migliaia di dipendenti del MiBAC che in questi anni stanno andando in pensione senza essere rimpiazzati, ci sono alcune centinaia di giovani, selezionati, preparati e in molti casi dotati di un curriculum scientifico di prim’ordine, che attendono di coronare il sogno di una vita: lavorare al servizio dello Stato per la tutela del patrimonio artistico e archeologico del nostro Paese. 
C’è una legge che da mesi ha stabilito una prima apertura a questi giovani.

Qual è la volontà del Ministero?

Comitato vincitori e idonei concorso MiBAC 500 posti 
comitatoconc500mibac@tiscali.it

giovedì 14 luglio 2011

Archeologa che (r)esiste

Sono un’archeologa che (r)esiste da 11 anni.
Molte soddisfazioni, lo riconosco, grazie all’eccezionale contesto umano e professionale nel quale mi sono trovata a lavorare. Altrettante frustrazioni.
Ho avuto qualche volta l’illusione di poter vivere del mio lavoro.
E non mi riferisco solo all’aspetto economico della faccenda, che per altro non deve essere minimizzato (le mie riserve sono finite da un pezzo...).
Mi riferisco soprattutto al tentativo di determinarmi un’identità nella collettività, conquistarmi un posto nel mondo anche per la mia professione e non nonostante la mia professione.
Il contrasto tra la soddisfazione di un lavoro appagante e la frustrazione della sua (e della mia) invisibilità si è fatto nel tempo sempre più lacerante.
Mi ripeto spesso che forse è arrivato il momento di smetterla di giocare con la terra e fare invece sul serio, trovare un lavoro vero.
Rimando, impreparata a ripensare il mio progetto di vita, nel quale ho sempre considerato, senza indecisioni, l’archeologia come un lavoro vero e mi sono battuta perché come tale si percepisse anche dal di fuori.
Sono sempre riuscita a trovare una buona scusa per non decidermi a mollare tutto, ora so che ho già deciso.
È partito un moto che sarà inarrestabile se non verrà meno il coraggio di (r)esistere.
Voglio esserci quando scenderemo in piazza per festeggiare e non per rivendicare.

giovedì 7 luglio 2011

Archeologhe e archeologi che (r)esistono, insieme

Non riesco a non sorprendermi per come tante vite di giovani (e meno giovani) donne e uomini si siano così rapidamente intrecciate intorno alla volontà, sempre più decisa, di vedere riconosciuto il lavoro che svolgono quale professione vera, di denunciare la precarietà selvaggia e l'assenza di diritti, di tutele e di dignità, di rimediare alla generale disinformazione sulla questione.
In pochi mesi archeologhe e archeologi di tutta Italia, che per lo più non si conoscevano e ancora oggi non si conoscono se non attraverso il web, grazie anche anche alla spinta unificante dell'Associazione Nazionale Archeologi, hanno trasformato una debolezza - il paradossale status di invisibilità professionale - in una forza dirompente di incontri, confronti, iniziative in cui si mescolano le esperienze personali.
E se qualcosa oggi si muove - e si muove..lentamente ma si muove - è (anche) merito di queste vite che si sono messe in gioco e unendosi hanno saputo cogliere sempre in modo tempestivo le occasioni per condividere la propria (r)esistenza.

Si avvicina incalzante una di queste occasioni, l'incontro del Comitato Nazionale Se non ora, quando?  Avrei voluto partecipare ai preparativi e all'incontro...se solo non mi gravasse così tanto l'impazienza e l'affanno di decisioni altrui che non arrivano e che tengono la mia vita in estenuante bilico.
Grazie alle archeologhe che (r)esistono, che hanno lavorato anche per me e che rappresenteranno anche me a Siena sabato e domenica prossima. 

Archeologhe e archeologi, è un buon momento. Usiamolo al meglio. 

venerdì 1 luglio 2011

Archeologhe che (r)esistono - Sardegna, terra di archeologhe

......Le “Archeologhe che (r)esistono“, costola della Associazione Nazionale Archeologi, associazione di categoria che conta più iscritti in Italia ed è profondamente radicata in Sardegna, hanno raccontato con determinata ironia la loro condizione di donne invisibili.
Al pari dei colleghi uomini sono altamente specializzate eppure prive di
riconoscimento giuridico da parte dello Stato, conducono un lavoro affascinante ma usurante, in perenne lotta per strappare condizioni dignitose per l’esercizio della propria professione.
E, come tante altre lavoratrici, si trovano prima o poi al bivio più importante: quello che conduce alla 
maternità e all’inizio di una nuova vita, che troppo spesso si traduce in una scelta imposta da condizioni esterne più che dettata dal cuore.
Come donne e archeologhe abbiamo scelto di incontrarci a Siena, sfruttando la grande occasione dataci dal Movimento SNOQ.........continua ne il manifesto sardo

sabato 12 marzo 2011

Archeologhe che (r)esistono - Intervento ANA alla manifestazione RIMETTIAMO AL MONDO L'ITALIA - 8 marzo 2011


Siamo su questo palco, ma noi non esistiamo.

Studiamo sette anni tra laurea e specializzazione in università statali; lavoriamo coperte da contratti fasulli e degradanti, spesso per grandi aziende pubbliche; paghiamo regolarmente le tasse e lavoriamo ogni giorno nei cantieri urbani e nei grandi scavi scientifici, ma per lo Stato la nostra professione, semplicemente, non esiste.

Forse perché noi non portiamo in salvo l’antico vaso, non allineiamo le piramidi di Giza per aprire passaggi dimensionali per gli extraterrestri, non ci lanciamo con le liane per espugnare il tempio maledetto o recuperare il sacro Graal.
Noi abbiamo scelto di studiare e interpretare il passato per restituirlo al presente e al futuro di chi ci sarà dopo di noi, facendo proprio quel patrimonio di conoscenze che insegna a leggere e ricomporre, attraverso gli oggetti e i frammenti, i modi in cui uomini e donne di volta in volta hanno risolto insieme la loro esistenza.

sabato 12 febbraio 2011

Se non ora quando. Archeologhe

di Giuseppina Manca di Mores
Presidente ANA Sardegna

La donne archeologhe sono tante - probabilmente sono la maggioranza - in questo mestiere, e lo svolgono, a diversi livelli, negli enti di tutela, nella ricerca, nella promozione della cultura, come libere professioniste e in tanti altri ruoli. In molte ancora si dibattono nel tentativo di trasformare quegli studi nei quali hanno fermamente creduto in un mezzo di sostentamento per sé e la propria famiglia, in un settore come quello della cultura mai come oggi disordinato, forse anche non compreso, spesso privo di tutele.

Eppure è proprio un problema di cultura quello che si pone all’attenzione in questo momento nel mondo femminile. Lo sanno bene le donne archeologhe, che hanno scelto di studiare e interpretare il passato per restituirlo al loro presente e al futuro dei loro figli, accedendo e facendo proprio quel patrimonio di conoscenze che insegna a leggere e ricomporre, attraverso gli oggetti e i frammenti, i modi in cui uomini e donne di volta in volta hanno risolto insieme la loro esistenza. Sono abituate a leggere diversità, differenze, similitudini e aspetti comuni come manifestazioni diverse legate da meccanismi, anche e soprattutto di potere, per mezzo dei quali si realizzano e si intrecciano.

E nel far questo, anche nelle situazioni lavorative più difficili, accedono al privilegio della conoscenza, alla capacità di spiegare per sé e per gli altri le realtà complesse, alla disponibilità di strumenti ampi per capire, e infine alla possibilità rara di dirigere e determinare sempre più, con la loro mente e le loro mani, la propria esistenza, rifiutando deleghe mortificanti della propria dignità.

Queste donne, insieme alle altre, possono fare la differenza per sé, per i loro compagni spesso uniti nella passione per lo stesso mestiere e lo stesso sentire, per figlie e figli trasmettendo e restituendo alla collettività quella conoscenza che le spetta. Perché la consapevolezza dei propri diritti e della propria dignità che nasce dalla dimestichezza coi meccanismi di accesso alla conoscenza porta a capire e a incidere affinché i diritti e la dignità di tutte e di tutti vengano riconosciuti, condivisi e dunque rispettati.

Per tutte le colleghe che sentono come propri questi pensieri, c’è la possibilità di sentirli insieme domenica 13 febbraio, alle 11.00, in Piazza d’Italia a Sassari. 
Se non ora, allora quando?