Domenica 2 Ottobre su RAI3 ci sarà la puntata di PRESADIRETTA "Gioventù sfruttata" un racconto sulla precarietà, sulle condizioni contrattuali più estreme, sulle aspettative tradite di un'intera generazione. Ma sarà anche il racconto della ribellione che abbiamo portato in piazza il 9 Aprile e nei mesi successivi, per reclamare i nostri diritti, perchè il nostro tempo è adesso! Se quando guardi Presa Diretta la rabbia ti assale...
Molte soddisfazioni, lo riconosco, grazie all’eccezionale contesto umano e professionale nel quale mi sono trovata a lavorare. Altrettante frustrazioni.
Ho avuto qualche volta l’illusione di poter vivere del mio lavoro.
E non mi riferisco solo all’aspetto economico della faccenda, che per altro non deve essere minimizzato (le mie riserve sono finite da un pezzo...).
Mi riferisco soprattutto al tentativo di determinarmi un’identità nella collettività, conquistarmi un posto nel mondo anche per la mia professione e non nonostante la mia professione.
Il contrasto tra la soddisfazione di un lavoro appagante e la frustrazione della sua (e della mia) invisibilità si è fatto nel tempo sempre più lacerante.
Mi ripeto spesso che forse è arrivato il momento di smetterla di giocare con la terra e fare invece sul serio, trovare un lavoro vero.
Rimando, impreparata a ripensare il mio progetto di vita, nel quale ho sempre considerato, senza indecisioni, l’archeologia come un lavoro vero e mi sono battuta perché come tale si percepisse anche dal di fuori.
Sono sempre riuscita a trovare una buona scusa per non decidermi a mollare tutto, ora so che ho già deciso.
È partito un moto che sarà inarrestabile se non verrà meno il coraggio di (r)esistere.
Voglio esserci quando scenderemo in piazza per festeggiare e non per rivendicare.
Non riesco a non sorprendermi per come tante vite di giovani (e meno giovani) donne e uomini si siano così rapidamente intrecciate intorno alla volontà, sempre più decisa, di vedere riconosciuto il lavoro che svolgono quale professione vera, di denunciare la precarietà selvaggia e l'assenza di diritti, di tutele e di dignità, di rimediare alla generale disinformazione sulla questione.
In pochi mesi archeologhe e archeologi di tutta Italia, che per lo più non si conoscevano e ancora oggi non si conoscono se non attraverso il web, grazie anche anche alla spinta unificante dell'Associazione Nazionale Archeologi, hanno trasformato una debolezza - il paradossale status di invisibilità professionale - in una forza dirompente di incontri, confronti, iniziative in cui si mescolano le esperienze personali.
E se qualcosa oggi si muove - e si muove..lentamente ma si muove - è (anche) merito di queste vite che si sono messe in gioco e unendosi hanno saputo cogliere sempre in modo tempestivo le occasioni per condividere la propria (r)esistenza.
Si avvicina incalzante una di queste occasioni, l'incontro del Comitato Nazionale Se non ora, quando? Avrei voluto partecipare ai preparativi e all'incontro...se solo non mi gravasse così tanto l'impazienza e l'affanno di decisioni altrui che non arrivano e che tengono la mia vita in estenuante bilico.
Grazie alle archeologhe che (r)esistono, che hanno lavorato anche per me e che rappresenteranno anche me a Siena sabato e domenica prossima.
Archeologhe e archeologi, è un buon momento. Usiamolo al meglio.
L'Associazione Nazionale Archeologi ha aderito allo sciopero generale del 6 maggio 2011. Uno sciopero che ha accolta tra le sue istanze anche la lotta contro la precarietà del lavoro e per la dignità del lavoro. La precarietà del lavoro e l'assenza di dignità professionali per noi archeologi sono condizioni ormai permanenti alle quali CI RIFIUTIAMO DI ADEGUARCI PASSIVAMENTE. Ne soffriamo noi in quanto persone, ne soffre l'archeologia che, proprio per questo, ha un presente complicato e davanti a sé un futuro incerto, per la tutela, per la ricerca, per la conoscenza.
La Sezione Sardegna dell'Associazione Nazionale Archeologi ha vissuto da protagonista in modi diversi questo sciopero, partecipando alla manifestazione di Sassari (di seguito il testo e il video dell'intervento) e, come già era accaduto per la mobilitazione del 9 aprile scorso lanciata dalla rete "Il nostro tempo è adesso" portando le nostre rivendicazioni nella sessione del 6 maggio del convegno "Il sacro e il profano" tenutosi a Cagliari. Ci siamo. Ci saremo. Sempre. Insieme.
L'intervento dell'ANA Sardegna alla manifestazione di Sassari
Noi Archeologi ci occupiamo di cose materiali. Sono i Beni Culturali.
Musei, chiese, castelli o piazze che abbiamo abbracciato un mese fa. Beni Culturali che vi faranno uscire domani e domenica per Monumenti finalmente Aperti.
Per il nostro Paese sono un giacimento enorme di opportunità, di crescita culturale, economica, e sociale. Lo abbiamo ereditato dalla nostra storia e noi tutti, come cittadini, abbiamo la grande responsabilità di tramandarlo alle future generazioni. Non c’è persona, dotata di senno, che non dica che sulla valorizzazione di questa immensa ricchezza l’Italia può costruire una strategia di sviluppo sostenibile per l’oggi e per il futuro.
Parte centrale del nostro lavoro è rappresentata dal TEMPO.
Di ogni oggetto è la prima cosa che ci chiediamo, e ci chiedono, “di quando è? a quale scopo è stato fatto?“
Ma un altro tempo è invece quello in cui siamo costretti a lavorare e a vivere:
IL TEMPO DI UN DOMANI CHE NON ESISTE.
Abbiamo lavorato per anni per coloro i quali ci convincono che un po’ di precariato serva, che ci dicono che lo stage è infinito, la pratica, l’esperienza gratuita, sia utile, imprescindibile, che “bisogna farsi le ossa per un futuro”.
Sono tutti giusti parametri, sino a quando non si è abusato.
Si è abusato a tal punto che la nostra professione non esiste, non è mai esistita. Nel paese più ricco al mondo di beni archeologici, storici, artistici, L’ARCHEOLOGO ANCORA NON ESISTE. Eppure diverse materie sono impartite all’università, esistono i titoli di studio, gli uffici appositi, le pubblicazioni, gli assessorati alla cultura che si occupano di archeologia. Ma gli Archeologi per lo Stato non esistono. Pagano le tasse, ma non esistono. Dove sono? Passano il tempo a costruire la professione… vivono d’aria?
Siamo qua per dire a tutti “Sono un archeologo, e abbiamo tante cose in comune come i diritti calpestati, la precarietà, l’assenza di tutele, con i lavori in nero senza contratto, senza diritti sulla sicurezza sui luoghi di lavoro. Il 70% degli archeologi è donna, ma nel nostro lavoro, non è riconosciuta la maternità, non c’è il congedo parentale (per gli archeologi uomini) e molte di noi lasciano questa professione perché arriva il tempo di decidere se fare la mamma o l’archeologa”.
Bene siamo qui perché vogliamo almeno provare a cambiare questo sistema. Perché: “no hamus istudiadu in debadas” (non abbiamo studiato invano!)
Da un po’ di tempo, abbiamo deciso che l’unico modo per tentare di cambiare le cose era quello di conoscere altri colleghi che si trovavano in questa condizione, ma anche parlare con le altre professioni.
È così che ci siamo resi conto che abbiamo gli stessi problemi degli altri lavoratori, senza aggiungere l’aggettivo precari. Perchè noi non siamo precari, nel senso di indecisi, noi vogliamo fare questo lavoro, abbiamo speso energie, studio e denaro per questo lavoro, e vogliamo solo le possibilità per poterlo fare, ma in un contesto di vita decente.
Abbiamo deciso di costruire una Associazione.
E abbiamo scoperto tramite le regole dure della democrazia, come il dialogo, l’attesa, il lavoro di convincimento, che era necessario prima con noi e poi con la società.
Sino a pochi anni fa come archeologi eravamo debolissimi, tutti con la paura che ognuno porti via il lavoro dell’altro.
Ma tutti nelle mani dei “padroni” del tempo. Di quelli che sfruttano la tua bravura, la tua passione, ma che purtroppo non ti possono pagare come sarebbe giusto, pur volendo fare (per carità), ma che se tu non accetti, se per caso decidi di pensare con la tua testa o di costruire una vita normale, sarai progressivamente sostituito.
I padroni sono tutti quelli che ti pagano solo simbolicamente, ma che ti convincono che l’obolo acquisito sia come il gettone delle giostre per acquisire poi un posto lassù nel regno dei cieli dei padroni e del posto fisso.
E così ti accorgi che il tempo passa e ti chiederai dove è finito quel futuro.
Si dice che il tempo è denaro, ma il denaro non è tempo. Il tempo è vita. E la precarietà ruba il tempo, cioè la vita. Ruba anche a noi, anche se archeologi e lavoriamo con il tempo.
Noi vogliamo andare verso una vita dove è possibile scegliere dove e come investire il nostro tempo.
I nuovi padroni, quelli contemporanei, sono quelli che hanno rubato il tempo a chi ha creduto nel progressismo di un tempo migliore! Il loro furto è imperdonabile, ingiustificabile!
È talmente grave che è impunibile, perché il tempo non può esserci restituito e la falsa speranza non è risarcibile!
Come Associazione Nazionale Archeologi rifiutiamo una logica “a ribasso” sulla qualità della tutela del patrimonio archeologico.
Abbiamo ABBRACCIATO LA CULTURA per ricordare all’Italia quello che ha come patrimonio culturale, ma rifiutiamo un sistema che sottoimpieghi gli archeologi, gli storici dell’arte, gli antropologi.
Siamo contro questo sistema che rigetta come inutili i titoli di studio e l’esperienza professionale acquisita. Prospettiamo, invece, un mondo del lavoro in cui sia data la dignità lavorativa e professionale ad ogni archeologo. A ciascuno la prospettiva di una crescita nella professione, in cui siano tutelate e valorizzate le competenze. Una vita in cui ciascun archeologo abbia la possibilità di lavorare al livello che merita in base alle proprie competenze.
Insomma, che abbia una vita decente.
E i passi per fare questo sono chiari:
-Sì all’approvazione di una legge che definisca l’identità e il profilo professionale dell’archeologo all’interno del Codice dei beni culturali o comunque tramite lo strumento legislativo;
-Sì alla creazione di un altro elenco nazionale che comprenda tutti gli archeologi, almeno in possesso del diploma di laurea, che da anni con diverse modalità svolgono questa professione;
-Sì alla cultura della legalità, all’ascolto democratico di tutte le istanze e di tutte le rappresentanze della categoria;
-NO al permanere dell’indeterminatezza dei ruoli, dello sfruttamento degli archeologi da parte di soggetti che ne umiliano competenze e professionalità e ne rendono precaria la condizione
-NO agli incarichi non trasparenti che turbano le regolari dinamiche del mondo del lavoro ed il rapporto con i committenti;
-NO all’ingerenza nelle retribuzioni degli archeologi, la cui definizione spetta ai professionisti e alle associazioni che democraticamente li rappresentano e non certo a gruppi o commissioni unilaterali che non hanno alcuna rappresentatività, conoscenza né competenza in materia.
"In un paese che non ha mai voluto riconoscere la professionalità di chi si prende cura del patrimonio archeologico italiano, che dispone di uno dei più importanti patrimoni archeologici al mondo ma che destina meno dello 0,30% alla cultura, è giunto il momento di alzare la testa.
E' ora di rompere la passività con cui più generazioni di archeologi hanno assistito inerti alla destrutturazione di una professione, sempre più marginale all'interno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e delle Università anche per l'incapacità storica di sapersi unire e aggregare al di là dei vari orticelli.
In un paese in cui l'80% degli archeologi opera all'esterno della pubblica amministrazione in forma precaria, in cui oltre il 70% degli archeologi è donna e abbandona la professione a quaranta anni, in cui il ruolo dell'archeologo nei cantieri non viene riconosciuto, è giunto il momento di dire basta.
Basta con l'assenza di riconoscimento professionale!
Basta con la negazione di diritti e di tutele sul luogo di lavoro!
Basta con la mortificazione quotidiana di archeologhe e archeologi da parte di imprese e cooperative!
Basta allo sfruttamento da parte di dipartimenti universitari!
Basta all'indifferenza compassionevole o - peggio - alla complicità da parte dei colleghi strutturati nel Ministero e nelle Soprintendenze.
Per questo il 6 maggio l'Associazione Nazionale Archeologi chiede a tutti gli archeologi di aderire allo sciopero generale. Chi è dipendente lo faccia nella forma tradizionale, astenendosi dal lavoro.
Chi è precario lo faccia nella forma che ritiene più opportuna. Bloccando il cantiere, se può.
Ritardando le consegne, se può. Non rispondendo al telefono, se può.
Ma se non può perchè è ricattabile e vulnerabile, sfidi comunque il ricatto aderendo alla campagna PRECARI/E IN SCIOPERO!
Ringrazio vivamente gli organizzatori del Convegno per avere offerto all’Associazione Nazionali Archeologi questo spazio.
L’ANA nasce nel 2005 con l’obiettivo primario di tutela dei diritti della professione di archeologo e per il riconoscimento della professione a livello giuridico, radicandosi presto con sezioni e comitati in tutta Italia con organi di rappresentanza elettivi locali e nazionali e raccogliendo al suo interno alcune migliaia di soci e molti simpatizzanti e sostenitori.
Nel 2008 nasce in Sardegna il primo comitato e nel maggio 2010 la sezione ANA Sardegna.
Come ho detto, obiettivo primario dell’Associazione è la tutela e il riconoscimento della professione di archeologo. Ma qual è il ruolo dell’archeologo oggi, nel 2011, in generale nel panorama così modificato della nostra realtà sociale rispetto agli anni ‘70, quando nacque il Ministero dei beni Culturali e Ambientali e anche quella concezione di un sistema di tutela organizzato sulla 1089, così come lo conosciamo e abbiamo conosciuto, e nella sostanza difeso e condiviso?
Molte cose sono cambiate nella stessa professione, l’utilizzo di nuove tecnologie, il concetto di valorizzazione e fruizione, l’irrompere dell’economia dei beni culturali, il profondo cambiamento della formazione e degli indirizzi. Ma l’aspetto certamente più significativo è quello del ruolo dell’archeologo nella costruzione del territorio e del paesaggio. Tanto più voglio sottolineare questo aspetto per la Sardegna. Mai come ora il dibattito su questi punti è forte e necessita di un dialogo alto, di competenze specifiche, e specializzate, di interdisciplinarietà.
Emerge un nuovo concetto di tutela diffusa senza nulla togliere a quanto già in atto, e che deve prevedere, accanto agli strumenti tradizionali e nell’ambito della normativa in essere, anche nuove modalità, riflessioni e proposte.
Tale concetto si rinnova nella progressiva emancipazione in autonomia professionale della figura dell’archeologo e nelle più attente azioni di politica e tutela del paesaggio che si sono sviluppati negli ultimi decenni, frutto di una nuova dimensione e coscienza dello stesso: dalla VIA ai piani paesistici regionali, soprattutto nella loro relazione con i PUC, alle recenti norme sull’archeologia preventiva che per la prima volta definiscono la nostra autonoma competenza. E se il paesaggio, come recita il primo articolo della Convenzione Europea del 2003, designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni; in tale percezione identitaria e in tale paesaggio, marcatamente culturale, il ruolo dell’archeologo e dell’archeologia, nel tessuto stesso degli enti locali, è di importanza primaria. Ci preoccupiamo per il gravissimo attacco e indebolimento della tutela: ma noi, oggi ben più presenti nel territorio, non ci dimentichiamo certo della tutela nella nostra quotidiana attività e deontologia professionale.
L’associazione Nazionale Archeologi, in quanto associazione di professionisti e come tale rappresentata in tutte le sedi consone a tale status, e qua in specifico, l’ANA Sardegna, si pone in questo quadro come punto di riferimento per gli archeologi professionisti, delle cui problematiche così differenziate e venutasi a creare all’interno di una totale mancanza di regole e costruzione di prassi il più delle volte non buone, ha un’approfondita conoscenza proprio per quella sua nascita dal basso e quella ramificazione e radicamento territoriale che viene da un lavoro quotidiano su tutto il territorio nazionale. E’ da tale processo che nascono soluzioni e proposte per la tutela dei diritti della professione di archeologo, il suo riconoscimento giuridico, la costruzione di progetti comuni.
Competenze e professionalità elevate, paradossalmente sempre più nutrite e affinate dal precariato, nelle stesse insito, di cui la Sardegna dispone e che emergono anche dai nomi dei partecipanti di questo convegno che portano alti risultati dal lavoro condotto all’interno di tale quadro di precarietà; professionalità delle quali la Sardegna, nel suoi programmi di sviluppo di un’economia nella quale ambiente, paesaggio e turismo sono fondamentali, non può permettersi il lusso non dico di perdere, ma nemmeno di sottovalutare.
In un momento di così forte penalizzazione per la cultura in tutte le sue forme, che va dalla messa in discussione del ruolo della formazione pubblica all’indebolimento della tutela alla grave riduzione delle risorse per gli enti locali, e, in tutti, alla mancanza di ricambio generazionale e alla non reintegrazione dei posti che si rendono vacanti, con i tagli impressionanti in tutti i settori della cultura che allarmano quanti non solo svolgono attività in questo settore, ma si rendono e ci si rende ben conto di quale possa essere la prospettiva, anche a breve termine, di un Paese che riserva alla cultura un ruolo davvero marginale nella costruzione di una società, è indispensabile, è storicamente indispensabile, che tutte le forze della cultura si uniscano ognuna con le proprie competenze in un lavoro comune, consce che perdere la partita in questo momento non rappresenta la vittoria di una squadra su un’altra, ma che se si perde, si perde tutti insieme e stavolta, col rischio concreto di non avere a disposizione un girone di ritorno.
Nell’inchiesta recentemente pubblicata dall’Espresso e realizzata con la collaborazione, e i dati statistici elaborati dall’ANA nel corso degli anni, il nuovo Direttore Generale del Ministero Luigi Malnati ha ribadito la necessità e l’urgenza delle definizione della professione di archeologo con regole certe e responsabilità definite. Ne siamo lieti perché questo è il nostro pensiero. Le regole le proponiamo, delle poche esistenti chiediamo il rispetto, le responsabilità non ci spaventano affatto e ce ne facciamo pienamente carico, peraltro da sempre.
Chiudo sottolineando che l’immagine alle mie spalle raffigura lo striscione dietro il quale gli archeologi dell’ANA sfileranno a Roma nella manifestazione “Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta” contro il precariato. Sosteniamo tutti i colleghi e in particolari i più giovani che lottano tenacemente per costruire il loro futuro. Il nostro impegno è adesso.
Impegnata in un convegno sull'archeologia funeraria in Sardegna, ho voluto portare in quella sede il mio piccolo contributo alla manifestazione di ieri parlandone seppur brevemente al termine della mia relazione.
"Oggi a Roma e in altre città anche straniere si manifesta contro la precarietà del lavoro e della vita e ci tengo a ricordarlo.
Gli archeologi sono in prima linea a sostenere l’iniziativa con l’Associazione Nazionale Archeologi e il suo vicepresidente nazionale Salvo Barrano che è uno dei promotori.
Perché questa non può non essere la nostra battaglia, la battaglia di chi, come me e molti altri archeologi, svolge una professione che non esiste, senza regole, senza potere contrattuale nei rapporti di lavoro, senza diritti, senza tutele. Senza.
Il nostro tempo è adesso. La vita non aspetta è il grido di dolore e di resistenza di una generazione fantasma che non vuole più esserlo"
Le mie poche parole sono state precedute dall'intervento sulla "professione archeologo" tenuto nella sessione di venerdì dello stesso convegno dal Presidente della Sezione Sardegna dell'Associazione Nazionale Archeologi.
Alcuni degli studiosi intervenuti successivamente hanno tolto qualche secondo alle proprie relazioni per esprimere sostegno alla "causa". Non è molto ma è meglio di niente.